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Nato nel 1960 a Pavia, vivo a Roma. Docente di Lettere nei licei, poi pure di Religione cattolica, quando ho vinto una cattedra nella scuola statale ho preferito rinunciare, per proseguire e arricchire l’esperienza di far crescere un nuovo modello scolastico, sostenuto dalle famiglie degli alunni e incentrato sull’impegno educativo comune famiglia – scuola. Con i colleghi, ho riscoperto l’importanza di leggere in classe e di aiutare gli alunni a prendere contatto diretto con i testi classici, che – come Calvino ha insegnato – “ci leggono”: vedi alle voci Virgilio, Dante, Tolkien,... Da una ventina di anni accompagno le prime medie nell’avventura di leggere integralmente l’Eneide; e mi sono appassionato a scovarvi trame narrative robuste e delicate, da riscoprire e rivalutare. Amo il contatto con la natura, le attività agricole e l’apicoltura. Vivendo a Roma da più di trent’anni, mi sono accorto che l’epigrafia può essere un incentivo per gli alunni ad interessarsi al latino, al greco… semplicemente imparando a guardarsi intorno con curiosità. Così sono nati i laboratori epigrafici che hanno il semplice pregio di aver divertito docenti e discenti.

venerdì 29 marzo 2013

A BUTROTO: SORPRESE E DELICATE CONFERME (Eneide, III, 294 – 355)


Dalla Tabula Iliaca Capitolina: il sacrificio di Polissena da parte di Pirro Neottòlemo, sulla tomba di Achille
La scena corrisponde ai versi 321-324: O felix una ante alias Priameia virgo...
La stessa scena, fotografata dalla Tabula Iliaca
Hic incredibilis rerum fama occupat auris,  
Priamiden Helenum Graias regnare per urbis
coniugio Aeacidae Pyrrhi sceptrisque potitum,
et patrio Andromachen iterum cessisse marito.
Obstipui, miroque incensum pectus amore
compellare virum et casus cognoscere tantos.
Progredior portu classis et litora linquens,
sollemnis cum forte dapes et tristia dona
ante urbem in luco falsi Simoentis ad undam
libabat cineri Andromache manisque vocabat
Hectoreum ad tumulum, viridi quem caespite inanem
et geminas, causam lacrimis, sacraverat aras.
Ut me conspexit venientem et Troia circum
arma amens vidit, magnis exterrita monstris
deriguit visu in medio, calor ossa reliquit,
labitur, et longo vix tandem tempore fatur:
'Verane te facies, verus mihi nuntius adfers,   
nate dea? vivisne? aut, si lux alma recessit,
Hector ubi est?' dixit, lacrimasque effudit et omnem
implevit clamore locum. Vix pauca furenti
subicio et raris turbatus vocibus hisco:
'Vivo equidem vitamque extrema per omnia duco;
ne dubita, nam vera vides. 
Heu. Quis te casus deiectam coniuge tanto
excipit, aut quae digna satis fortuna revisit,
Hectoris Andromache? Pyrrhin conubia servas?'
Deiecit vultum et demissa voce locuta est:
'O felix una ante alias Priameia virgo,
hostilem ad tumulum Troiae sub moenibus altis
iussa mori, quae sortitus non pertulit ullos
nec victoris heri tetigit captiva cubile.
Nos patria incensa diversa per aequora vectae
stirpis Achilleae fastus iuvenemque superbum
servitio enixae tulimus; qui deinde secutus
Ledaeam Hermionen Lacedaemoniosque hymenaeos
me famulo famulamque Heleno transmisit habendam.
Ast illum ereptae magno flammatus amore
coniugis et scelerum furiis agitatus Orestes
excipit incautum patriasque obtruncat ad aras.
Morte Neoptolemi regnorum reddita cessit
pars Heleno, qui Chaonios cognomine campos
Chaoniamque omnem Troiano a Chaone dixit,
Pergamaque Iliacamque iugis hanc addidit arcem.
Sed tibi qui cursum venti, quae fata dedere?
aut quisnam ignarum nostris deus appulit oris?
Quid puer Ascanius? superatne et vescitur aura?
quem tibi iamTroia -
ecqua tamen puero est amissae cura parentis?
ecquid in antiquam virtutem animosque virilis
et pater Aeneas et avunculus excitat Hector?'
Talia fundebat lacrimans longosque ciebat
incassum fletus, cum sese a moenibus heros
Priamides multis Helenus comitantibus adfert,
agnoscitque suos laetusque ad limina ducit,
et multum lacrimas verba inter singula fundit. 
Procedo et parvam Troiam simulataque magnis
Pergama et arentem Xanthi cognomine rivum
agnosco, Scaeaeque amplector limina portae;
nec non et Teucri socia simul urbe fruuntur.
Illos porticibus rex accipiebat in amplis:
aulai medio libabant pocula Bacchi
impositis auro dapibus, paterasque tenebant.
Qui un'incredibile fama mi riempie le orecchie,
che il priamide Eleno regna su città greche
impadronitosi delle nozze e degli scettri dell'eacide Pirro,
Andromaca è ritornata ad un marito della patria.
Stupii, il cuore acceso da singolare amore
di parlare all’uomo e conoscere sì grandi sorti.

Avanzo dal porto lasciando flotte e lidi,
quando per caso Andromaca libava alla tomba vivande
e tristi doni davanti alla città in un bosco alla riva
d’un falso Simoenta ed invocava i Mani
presso il tumulo di Ettore, che vuoto aveva consacrato
con verde zolla, con due altari, motivo per le lacrime.
Come mi osservò arrivare e fuor di sè vide attorno
le armi troiane, atterrita per le grandi visioni
sbiancò in mezzo al volto, il calore lasciò le ossa.
Barcolla, e a stento finalmente dopo lungo tempo parla:
“Ti presenti a me come vera forma, vero nunzio,
figlio di dea? sei forse vivo? o se la grande luce fuggì,
Ettore dov’è?” disse e versò lacrime e riempì
tutto il luogo di pianto. A stento rispondo poche parole
a lei che freme e turbato parlo con poche parole:
“Vivo certamente, ma conduco una vita ai limiti estremi;
non dubitare, infatti vedi cose vere.
Ahimè, quale sorte ti accoglie, privata di sì grande
marito, o quale fortuna abbastanza degna ti visitò,
o Andromaca di Ettore? serbi forse le nozze di Pirro?”
Abbassò il volto e a voce bassa parlò:
“O sola fra le altre felice vergine priamea,
obbligata a morire sotto le alte mura di Troia
presso il tumulo nemico, che non soffrì nessun sorteggio
né prigioniera toccò il letto del padrone vincitore.
Noi, incendiata la città, condotte per diversi mari
costrette alla schiavitù sopportammo l’orgoglio
ed il superbo giovane della stirpe achillea; ma lui poi
seguendo Ermione ledea e nozze lacedemonie
lasciò me schiava da possedere allo schiavo Eleno.
Ma lo coglie, incauto, Oreste infuriato per il grande

amore della moglie strappata e, scosso dalle furie
dei delitti, lo sgozza presso gli altari paterni.
Per la morte di Neottolemo, una debita parte dei regni
passò ad Eleno, che chiamò caonie le piane
e tutta la Caonia dal nome troiano di Caone,
ed aggiunse sulle cime questa Pergamo, rocca iliaca.
Ma te quale rotta diedero i venti, quali fati?
o quale dio spinse alle nostre spiagge te ignaro?
E il piccolo Ascanio? vive forse e si pasce dell’aria?
chi ormai da Troia ti...
che amore c’è nel bambino della madre perduta?
forse che il padre Enea e lo zio Ettore lo spinge
all’antico eroismo ed al coraggio virile?”
Così prorompeva piangendo ed invano faceva lunghi
lamenti, quando dalle mura l’eroe priamide Eleno,
accompagnato da molti, si presenta,
e riconosce i suoi e lieto li conduce alle porte,
e versa lacrime, molto, tra le singole parole.
Avanzo e riconosco una piccola Troia e Pergamo
imitante la grande ed un ruscello secco col nome
di Xanto, ed abbraccio le soglie della porta Scea;
Anche i Teucri insieme godono della città alleata.
Il re li accoglieva in ampli porticati:
in mezzo alla sala libavano coppe d’oro di Bacco,
apparecchiate vivande e tenevano tazze.

Seguendo Enea nel suo fatale viaggio, a partire dal III libro dell’Eneide pure noi abbandoniamo Troia al suo destino, senza però poterci scordare mai più della scena cui abbiamo assistito, insieme con Enea: il grido finale, drammatico, di Priamo: c’è una pietas quae talia curet?  Interverrà qualcuno in cielo a riparare l’empietà di Pirro, che uccide il figlio sotto gli occhi del padre?
Le peregrinazioni di Enea, in compagnia di Anchise e Ascanio, non sono semplici: il primo tentativo in Tracia si conclude precipitosamente subito dopo il ritrovamento del cadavere di Polidoro (altro figlio di Priamo eliminato a tradimento in dispregio del sacro diritto di ospitalità, a causa della auri sacra fames); l’oracolo di Delo che suggerisce antiquam exquirite matrem viene frainteso proprio da Anchise, che ritiene di doversi dirigere a Creta; la pestilenza costringe a salpare di nuovo, ma la tempesta porta la flotta alle Strofadi, provocando lo sgradevole e infine minaccioso incontro ravvicinato con le Arpie...
Solo dopo il passaggio da Azio – e siamo ormai al centro del libro III – abbiamo l’episodio non lungo, ma significativo, che abbiamo riportato sopra e ora prendiamo in considerazione: un momento di grande speranza, una incredibilis fama, che porta Enea a descriversi come miro... incensum pectus amore, desideroso di correre a cercare conferme. L’incontro è drammatico, tanto da assumere quasi sfumature comiche nella sua pateticità: Andromaca sta pregando fuori da Butroto, novella Pergamo, quando si vede circondata di guerrieri troiani capitanati da Enea in persona, suo cognato. Lì per lì quasi sviene e non capisce se si tratta di sogno o realtà... e quasi quasi spera di essere già nel regno dei morti, per poter rivedere il “suo” Ettore! (vivisne? aut, si lux alma recessit, / Hector ubi est?)
In un racconto potentemente scorciato e sapientemente inquadrato tra la nostalgia di Ettore e la commozione per il nipotino Ascanio, coetaneo del perduto figlio Astianatte, emerge un elemento apparentemente “di sfondo”, che Enea conosce fin dall’inizio, ma vuol farsi raccontare in modo esplicito da Andromaca: la fine di Pirro Neottolemo.
La incredibilis fama lo implicava già: “il priamide Eleno regna su città greche/ impadronitosi delle nozze e degli scettri dell'eacide Pirro, /Andromaca è passata di nuovo ad un marito della patria”. Che fine ha fatto Pirro? Evidentemente è uscito di scena.
Ma Enea non si accontenta dei sottintesi, vuole sapere con certezza e sa come ottenere un racconto esauriente: ad Andromaca chiede: “Ahimè, quale sorte ti accoglie, privata di sì grande / marito, o quale fortuna abbastanza degna ti visitò, / o Andromaca di Ettore? serbi forse le nozze di Pirro?” Il riferimento ripetuto ad Ettore, e la domanda finale astutamente provocatoria mirano a ottenere una dichiarazione esplicita sulla fine di Neottolemo.
E infatti, Andromaca racconta tutto; con delicatezza femminile dedica solo alcuni cenni indiretti al triste periodo di concubinato con Pirro, definendo come unica troiana felice Polissena, che era stata sacrificata sulla tomba di Achille, proprio per mano di Pirro Neottolemo (vedi l’ennesima illustrazione tratta dalla Tabula Iliaca Capitolina). Di seguito, Andromaca dettaglia come “il superbo giovane della stirpe achillea... poi / seguendo Ermione ledea e nozze lacedemonie / lasciò me schiava da possedere allo schiavo Eleno. / Ma lo coglie, incauto, Oreste infuriato per il grande amore / della moglie strappata e, scosso dalle furie / dei delitti, lo sgozza presso gli altari paterni”. Segue la spiegazione della costituzione del regno “troiano” di Eleno; e subito dopo Andromaca, come si fosse finalmente resa conto di avere di fronte il cognato acquisito, si lascia andare alla commozione per l’inaspettato incontro, e chiede notizie della famiglia di Enea, in particolare del nipotino Ascanio, che ricollega nel ricordo allo zio Ettore, chiudendo in modo commosso e circolare tutto il discorso, che da Ettore era partito.
Ecco, Enea ha saputo tutto, e noi con lui. Egli non esprime alcun giudizio, neppure un commento: ma noi, che siamo con lui portatori della domanda cruciale di Priamo, ormai sappiamo. Non possiamo gioirne in modo scomposto, non sarebbe consono alla nostra speranza, ma cominciamo a intravvedere che est pietas quae talia curet. Il destino di Pirro si è tragicamente concluso in una sorta di dantesco contrappasso: lui che aveva ucciso brutalmente Priamo presso gli altari di Pergamo e non aveva avuto pietà neppure per la promessa sposa troiana di suo padre Achille, ha subito un crudele agguato da parte di Oreste, che “excipit incautum patriasque obtruncat ad aras”. Forse siamo sobbalzati pure noi, con Enea, all’evidente ricordo di quel “Iacet ingens litore truncus” che aveva concluso in modo altrettanto macabro il racconto della morte di Priamo nel libro II.
Ma non ci fermiamo all’applicazione della legge del taglione; ci accorgiamo, dal delicato racconto di Andromaca, che da questa sorta di “punizione divina” è scaturito un inaspettato, stupefacente esito, con il ripristino di un matrimonio troiano per Andromaca e la costituzione di un singolarissimo regno pergameo in Caonia. Un primo esempio di restitutio in integrum, un sogno realizzato, un presagio quanto mai convincente della presenza di una provvidenza che si prende cura delle vicende umane, e che in particolare sembra aver udito e raccolto il grido di Priamo, dandogli una risposta effettiva ma come nascosta, visibile solo a chi la cerca con attenzione.
Solve metus, ci immaginiamo che Enea dica innanzitutto a se stesso in questo frangente: coraggio, non aver paura! E la conclusione del discorso di Andromaca, che diventa concitato nel susseguirsi di domande relative ad Ascanio, ci porta con Enea a sperare e a sognare il futuro, come una dolce musica sommessa che tuttavia si comincia a percepire, nel nome del grande Ettore che costituisce la “cifra”, la ragion d’essere di questa incredibile creatura sopravvissuta a tante dure prove, di nome Andromaca.
Enea era partito di corsa, sulla base delle notizie iniziali, per chiedere conferme a Eleno: forse cercava la soluzione matematica, “maschile”, di un’equazione relativa alla pietas divina. Ma ha incontrato per prima Andromaca, che gli ha fornito una spiegazione tutta “femminile”, intrisa di umanità delicata e dolente e di amore appassionato per i legami familiari. Magistrale risposta poetica, di tono tutto virgiliano, al dramma della pietas che sta emergendo quale tema ricorrente di tutto il poema.

giovedì 27 dicembre 2012

ENEA, PRIAMO E LA PIETAS (Eneide, II, 506-558)


Il destino finale di Priamo
Parte centrale dalla Tabula Iliaca Capitolina, rinvenuta presso Bovillae nel 1683, ora nei Musei Capitolini,
con scene della guerra di Troia (foto e disegno relativo)

Forsitan et Priami fuerint quae fata requiras. 
Urbis uti captae casum convulsaque vidit
limina tectorum et medium in penetralibus hostem,
arma diu senior desueta trementibus aevo
circumdat nequiquam umeris et inutile ferrum
cingitur, ac densos fertur moriturus in hostis.
Aedibus in mediis nudoque sub aetheris axe
ingens ara fuit iuxtaque veterrima laurus 
incumbens arae atque umbra complexa penatis.
Hic Hecuba et natae nequiquam altaria circum,
praecipites atra ceu tempestate columbae,
condensae et divum amplexae simulacra sedebant.
Ipsum autem sumptis Priamum iuvenalibus armis
ut vidit, 'quae mens tam dira, miserrime coniunx,
impulit his cingi telis? aut quo ruis?' inquit.
'Non tali auxilio nec defensoribus istis
tempus eget; non, si ipse meus nunc adforet Hector.
Huc tandem concede; haec ara tuebitur omnis,
aut moriere simul.' Sic ore effata recepit
ad sese et sacra longaevum in sede locavit.  
Ecce autem elapsus Pyrrhi de caede Polites,
unus natorum Priami, per tela, per hostis
porticibus longis fugit et vacua atria lustrat
saucius. Illum ardens infesto vulnere Pyrrhus
insequitur, iam iamque manu tenet et premit hasta.
Ut tandem ante oculos evasit et ora parentum,
 concidit ac multo vitam cum sanguine fudit.
Hic Priamus, quamquam in media iam morte tenetur,
non tamen abstinuit nec voci iraeque pepercit:
'At tibi pro scelere,' exclamat, 'pro talibus ausis
di, si qua est caelo pietas quae talia curet,
persolvant grates dignas et praemia reddant
debita, qui nati coram me cernere letum
fecisti et patrios foedasti funere vultus.
At non ille, satum quo te mentiris, Achilles
talis in hoste fuit Priamo; sed iura fidemque
supplicis erubuit corpusque exsangue sepulcro
reddidit Hectoreum meque in mea regna remisit.'
Sic fatus senior telumque imbelle sine ictu
coniecit, rauco quod protinus aere repulsum,
et summo clipei nequiquam umbone pependit.
Cui Pyrrhus: 'Referes ergo haec et nuntius ibis
Pelidae genitori. Illi mea tristia facta 
degeneremque Neoptolemum narrare memento.
Nunc morere.' Hoc dicens altaria ad ipsa trementem
traxit et in multo lapsantem sanguine nati,
implicuitque comam laeva, dextraque coruscum
extulit ac lateri capulo tenus abdidit ensem.
Haec finis Priami fatorum, hic exitus illum
sorte tulit Troiam incensam et prolapsa videntem
Pergama, tot quondam populis terrisque superbum
regnatorem Asiae. Iacet ingens litore truncus,
avulsumque umeris caput et sine nomine corpus.
Forse chiederai quali furono i destini di Priamo.
Come vide la situazione della città occupata e travolte
le soglie delle case ed il nemico in mezzo ai penetrali,
l’anziano mette invano attorno alle spalle tremanti per l’età
le armi a lungo disusate e si cinge l’inutile spada
e si getta a morire tra i folti nemici.
In mezzo al palazzo c’era un enorme altare sotto il nudo asse
del cielo e vicino un antichissimo alloro
sovrastante l’altare, e abbracciava con l’ombra i penati.
Qui Ecuba e le figlie invano attorno agli altari,
rapide come colombe per nera tempesta,
sedevano strette, abbracciando le statue degli dei.
Ma come vide lui, Priamo, vestito delle giovanili armi,
“Quale idea così pazza, miserrimo marito,
ti spinse a cingerti di queste armi? o dove accorri?” disse.
“Non di tale aiuto né di simili difensori il momento                      
ha bisogno; neppure, se ci fosse adesso lo stesso mio Ettore.
Ritirati qui finalmente; questo altare difenderà tutti,
o morirai insieme”. Così espressasi a voce lo accolse
a sè e collocò l’anziano sul sacro seggio.
Ma ecco sfuggito dalla strage di Pirro Polite,
uno dei figli di Priamo, tra proiettili, tra nemici
fugge per i lunghi porticati e gira i vuoti atri,
ferito. Ardente, con spada ostile, Pirro lo
insegue, ormai già lo tiene, lo stringe con l’asta.
Quando infine giunse davanti agli occhi e ai volti dei   genitori,
cadde e versò la vita con molto sangue.
Qui Priamo, sebbene ormai preso in mezzo dalla morte,
tuttavia non si trattenne dalla parola né risparmiò l’ira:
“A te però – esclama – per il delitto e per tali imprese
gli dei, se c’è per il cielo pietà che curi tali cose
ripaghino degne ricompense e restituiscano premi
adeguati, a te che facesti vedere sotto gli occhi la morte
del figlio e macchiasti con la morte il volto paterno.

Certo quell’Achille, da cui menti d’esser nato, non
fu tale verso il nemico Priamo; ma rispettò i diritti
e la lealtà del supplice e concesse per il sepolcro il corpo
esangue di Ettore
e mi rimandò nei mei regni.”
Così parlò l’anziano e senza spinta lanciò l’asta
inerte, che subito fu respinta dal bronzo roco
e invano penzolò dalla sommità dell’umbone dello scudo.
Ed a lui Pirro: “Riferirai dunque queste cose ed andrai messaggero
al padre Pelide. Ricordati di raccontargli le tristi                    
mie imprese e quanto è degenerato Neottolemo.
Adesso muori!” Dicendo questo, trascinò lui vicino agli altari
mentre tremava e scivolava nel molto sangue del figlio;
afferrò la chioma con la sinistra e con la destra alzò la spada
scintillante e la conficcò nel fianco fino all’elsa.
Questa la fine dei destini di Priamo, questa morte fatale
lo portò via, mentre vedeva Troia incendiata e crollata
Pergamo, lui un tempo re superbo su tanti                    
popoli e regni dell’Asia. Giace sul lido un grande tronco,
un capo staccato dalle spalle ed un corpo senza nome.

Leggendo il I libro dell’Eneide avevamo già notato il pianto di Enea, che si commuove dinanzi alla raffigurazione di Priamo, da lui contemplata nelle pitture del tempio di Giunone in costruzione a Cartagine. Ma è nel II libro che – per così dire – Enea apre il cuore ai presenti al banchetto nella reggia cartaginese, tramite il racconto delle ultime ore della sua città ormai perduta per sempre. L’eroe ci ha avvisati, all’inizio della narrazione, che si tratta per lui di un indicibile dolore (infandum, regina, iubes renovare dolorem), ma ha acceduto alla richiesta di Didone e ora davanti ai nostri occhi si dispiega la vicenda che ha portato un’immane sofferenza nella vita interiore di quest’uomo che racconta.
Non intendiamo qui ripercorrere tutte le vicende relative alla fine di Troia, la cui narrazione occupa l’intero secondo libro; possiamo però notare che esse hanno un punto centrale, verso cui converge Enea nonostante tutte le richieste esterne siano di segno contrario: il centro è la reggia, con il re Priamo, suo suocero; il punto nevralgico, il ridotto ultimo, il cuore della città.
Le richieste divine – giunte a Enea dal sogno di Ettore, dall’incontro con il sacerdote Panto e più avanti ribadite dall’apparizione della madre Venere – sono di fuggire, di andarsene, di salvare i Penati e abbandonare ciò che gli dèi hanno ormai abbandonato. Nella sua caparbietà Enea invece vuole difendere la città, la reggia, il re e la sua famiglia, e giunge a vedere con i propri occhi il disastro: la scena che ora osserviamo pure noi.
La reggia non ha resistito: l’assalto finale dei Greci, capitanati da un furioso Pirro Neottòlemo, figlio di Achille, ha avuto successo; l’ariete ha sfondato il portone, i nemici hanno fatto irruzione e la strage è inevitabile, nonostante le urla di supplica e di preghiera delle donne. Enea – e noi con lui – si trova in un punto di osservazione riparato: un piano superiore o comunque un luogo dal quale, protetto, osserva la scena che avviene nel cuore del cuore della città: il luogo sacro della reggia, l’altare di Giove nel cortile interno, circondato dal grande porticato.
Virgilio “segna” narrativamente il passaggio ad un nuovo argomento con il primo verso qui riportato, in cui si rivolge alla regina Didone: Forsitan et Priami fuerint quae fata requiras. Ed è evidente che tutto il brano ha una sua compattezza e rifinitura di gran pregio. La chiusa, introdotta da una vera e propria, lunga “didascalia finale” (Haec finis Priami fatorum…) è uno dei punti di maggior pathos del poema: un’immagine folgorante, macabra e terribile che non si scorda più: Iacet ingens litore truncus, / avulsumque umeris caput et sine nomine corpus.
Dunque, che cosa racchiude questo intimo, drammatico scrigno del cuore di Enea? Che cosa ha visto l’eroe grazie alla sua testardaggine a tentare l’impossibile per difendere l’indifendibile? Egli ha assistito – e ne è l’unico testimone vivente – alla fine di Priamo, all’atto finale, che non è stato solo un drammatico momento conclusivo della guerra, ma un supremo appello alla pietas. Talvolta si ritiene difficile tradurre questo termine, o precisarne in modo chiaro il contenuto; ma qui è Priamo stesso a concentrare l’attenzione su questa precisa parola, reclamando esplicitamente la pietas degli dèi, invocandoli a riequilibrare la grave empietà di Pirro Neottòlemo, qui nati coram me cernere letum / fecisti et patrios foedasti funere vultus. Pirro ha ucciso l’ultimo figlio di Priamo coram (con un potente uso assoluto, avverbiale della preposizione, dato che me funge da soggetto di cernere), sotto i suoi occhi, lo ha costretto a questa che è la sofferenza più forte e drammatica di un uomo su questa terra: assistere impotente alla morte del proprio figlio.
         Non era il primo figlio che Priamo vedeva morire sotto i propri occhi: basta ricordare la presenza, nelle pitture che Enea vede a Cartagine di cui parla il I libro dell’Eneide, dello scempio del corpo di Troilo, infelix puer,  o più semplicemente la morte di Ettore. Priamo, con 50 figli e 9 anni di guerra alle spalle, era dunque esperto in questo specifico, dilaniante dolore paterno. Ma proprio per questo è lui, il re Priamo, ad aver titolo per innalzare un grido quasi sovrumano, per chiedere giustizia agli dèi, per tentare in extremis di cambiare il cuore crudele di Pirro Neottòlemo, per protestare contro questa specifica empietà, e ricordare un esempio positivo – pur nella durezza della guerra. Il grande Achille, padre di Pirro Neottòlemo, non è stato insensibile alle suppliche del re Priamo, che baciandogli la mano implorava la restituzione del corpo del figlio Ettore, per dargli degna sepoltura.
         E invece il dramma si compie fino in fondo, la domanda al cielo rimane per ora senza risposta: Pirro non si commuove minimamente e non solo uccide crudelmente Priamo, ma ne tronca il capo e ne abbandona brutalmente il corpo sul lido della città conquistata. Il grido – sotto forma di dubbio – di Priamo si qua est caelo pietas quae talia curet rimane per ora in sospeso e pertanto in massima evidenza.
         Abbiamo capito un po’ meglio che cosa c’è nel cuore sanguinante del nostro Enea, un eroe che stiamo scoprendo così moderno: quale domanda è sepolta nel fondo dell’anima e lo fa tanto soffrire. Riusciamo ora pure a capire meglio il pianto di Enea che tanto ci aveva colpito nel I libro: egli porta in sé un abisso di dolore e un grave quesito irrisolto. Allo stesso tempo, capiamo ancor meglio la grande speranza di cui Enea è depositario: la speranza che vi sia risposta positiva all’interrogativo di Priamo – e la relativa commozione nel trovare, qua e là per il mondo, raffigurazioni artistiche che fanno intuire la stessa sensibilità, la stessa domanda aperta, la stessa speranza. Quale altro senso può avere – sembra dirci Enea – la raffigurazione pittorica delle vicende di Priamo, se non la perpetuazione di tale domanda? Ricordiamo che la sorprendente considerazione sgorgata dal pianto di Enea nel libro I era stata, rivolto al fido scudiero Acate: Sunt lacrimae rerum… ci si sa commuovere per le disgrazie – et mentem mortalia tangunt, e le vicende umane toccano il cuore; Solve metus – non aver paura!
         A chiusura di queste considerazioni, due parole sul frammento di bassorilievo posto in apertura di pagina: si tratta di una parte della Tabula Iliaca Capitolina, presente nei Musei Capitolini (ovviamente, a Roma). Veramente impressionante la centralità, nella raffigurazione della Tabula, della stessa scena che abbiamo considerato in queste righe. Non è il momento di esaminare nel suo insieme questa tavoletta votiva quasi coeva alla redazione dell’Eneide e probabilmente ancora poco valorizzata. Ma di certo è molto utile osservarla, soprattutto nella sapiente “trascrizione” grafica che evidenzia bene i particolari, e notare la grande coincidenza di narrazione e di “peso” assegnato a diversi aspetti: l’incombere violento di Pirro Neottòlemo, lo strazio della morte di Polite, i lunghi porticati che inquadrano la scena, l’empietà nell’uccisione di Priamo e di Ecuba sugli altari… nonché la posizione centrale della scena stessa nella Tabula, che si può osservare qui sotto.