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Nato nel 1960 a Pavia, vivo a Roma. Docente di Lettere nei licei, poi pure di Religione cattolica, quando ho vinto una cattedra nella scuola statale, ho preferito rinunciare per proseguire e arricchire l’esperienza di far crescere un nuovo modello scolastico, sostenuto dalle famiglie degli alunni e incentrato sull’impegno educativo comune famiglia – scuola. Con i colleghi, ho riscoperto l’importanza di leggere in classe e di aiutare gli alunni a prendere contatto diretto con i testi classici, che – come Calvino ha insegnato – “ci leggono”: vedi alle voci Virgilio, Dante, Tolkien,... Da quindici anni, accompagno le prime medie nell’avventura di leggere integralmente l’Eneide; e mi sono appassionato a scovarvi trame narrative robuste e delicate, da riscoprire e rivalutare. Amo il contatto con la natura, le attività agricole e l’apicoltura. Vivendo a Roma da quasi trent’anni, mi sono accorto che l’epigrafia può essere un incentivo per gli alunni ad interessarsi al latino, al greco… semplicemente imparando a guardarsi intorno con curiosità. Così sono nati i laboratori epigrafici che hanno il semplice pregio di aver divertito docenti e discenti.

lunedì 6 febbraio 2012

LEGGERE IN CLASSE E SCOPRIRE LA BELLEZZA


…almeno la bellezza di un particolare brano dantesco, senza troppe pretese universali!
I fatti qui narrati sono tutti veri e sono avvenuti in un contesto non particolarmente agevole: voglio dire che non si tratta di una classe modello, di una scuola modello, di un momento di assoluta tranquillità: e forse proprio per questo l’esperienza è stata ancora più interessante e affascinante.
Dicembre 2011: stiamo quasi concludendo la lettura della prima parte, dedicata all’Inferno dantesco, del libro La Commedia. Si tratta di un valido, colto e intelligente adattamento della “trama” della Commedia dantesca per ragazzi di scuola media. Il testo non rinuncia ad ampi brani originali, mai appesantiti da apparati troppo analitici di note e spiegazioni.
Come altri anni, giunti al canto XXVI dell’Inferno, lancio la “sfida della memoria”: si tratta di imparare tutto il brano di Ulisse (da Lo maggior corno de la fiamma antica a infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso), impresa impegnativa ma non impossibile. Il lavoro inizia appena prima di Natale con un certo divertimento, qualcuno si cimenta anche a recitare in vari modi, con effetti comici; durante le vacanze i ragazzi hanno il compito di arrivare fino al termine del brano.
Alla prima verifica a gennaio, grande soddisfazione di tutti (docente compreso): ce l’hanno fatta e meritano valutazioni molto buone. Solo qualcuno deve ancora completare la memorizzazione, cosa che avviene nelle settimane di gennaio. Verifica finale scritta su tutto il racconto dell’Inferno, anch’essa con buoni risultati e soddisfazione.
Inizia la lettura del Purgatorio: mi viene in mente, dati i precedenti, di fare una prova: prima di leggere la sintesi – pur valida – presente nel libro di testo, “vi leggo – con il testo sulla LIM – tutto il primo canto del Purgatorio: e mi dite se vi ricorda qualcosa; state attenti perché Dante ha proprio l’intenzione di creare dei déjà vu: vediamo quali scopriamo”.
Così ci addentriamo nella narrazione del Canto I e scopriamo un paesaggio e un’ambientazione mattutina che richiamano gli elementi del canto proemiale: è mattino, il sole sta sorgendo, c’è un colle da salire, c’è un personaggio solitario (Catone) che ci attende; anch’egli come Virgilio è un saggio romano… e i ragazzi pongono la domanda “perché viene presentato come custode del Purgatorio un pagano, e per giunta uno che ha protestato in modo così clamoroso – con il suicidio – contro Cesare, i cui uccisori sono tra i dannati peggiori?” Accenno qualche pista di soluzione, senza concludere tutto: ma già qui si vede che la classe sta rispondendo ed è ben sveglia! Catone indica a Virgilio una breve cerimonia da compiere per preparare Dante a salire il monte del Purgatorio; nell’indicare il tragitto da compiere, viene completata anche la descrizione del paesaggio: siamo su un’isola, che ha una spiaggia, tutti elementi che in qualche modo erano presenti anche nel canto proemiale. 
Ma il bello – è il caso di usare questo termine – avviene verso la fine: quando giungiamo alle ultime due terzine “esplodono” le segnalazioni, che qui evidenzio colorando le parole che vengono segnalate come “già sentite” nel canto di Ulisse:

Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
132 omo, che di tornar sia poscia esperto.

Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:
oh maraviglia! Ché qual elli scelse
135 l’umile pianta, cotal si rinacque

subitamente là onde l’avelse.

Dopo la rassegna di “allusioni” (spiego ai ragazzi che questi richiami un po’ nascosti si chiamano così) proviamo a tirare le somme e cercare di capire che cosa ci vuole comunicare Dante; perché è chiaro che non siamo di fronte a riferimenti casuali. Abbiamo scoperto infatti che:
1)                 gli elementi del paesaggio ricordano il canto iniziale
2)                 le parole finali alludono al viaggio di Ulisse: e qui sotto riporto i versi che i ragazzi mi ricordano.

…quando venimmo a quella foce stretta…
L’un lito e l’altro vidi…
…compagna / picciola, da la qual non fui diserto…
Tre volte il fé girar con tutte l’acque
…l’ardore / ch’i’ebbi a divenir del mondo esperto…
…e la prora ire in giù, com’altrui piacque;

Le allusioni al canto XXVI dell’Inferno sono molte e molto chiare: devo dire che prima di questa lettura in classe, io stesso ne avevo notate solo alcune (e ho verificato che non tutte vengono segnalate dai commenti esistenti).
Abbiamo dunque quattro versi che sono quasi un “rimpasto” di lessico presente nel brano dell’Inferno, per giunta con quattro rime alternate prese di sana pianta da quel canto. Casomai il lettore fosse un po’ distratto – ma non lo sono stati i ragazzi in classe –, Dante corona il tutto con un’intera frase riutilizzata: com’altrui piacque. Perché questi riferimenti? Che cosa vuole indicarci l’Autore? Innanzitutto, le allusioni così abbondanti ci portano a capire che Ulisse stava quasi riuscendo, con il suo folle volo, a raggiungere la montagna del Purgatorio: è solo qui in realtà che dovremmo sapere come lettori che la “montagna bruna” altro non è che il monte destinato a purificare le anime. E allora riusciamo finalmente a comprendere perché Dio ha voluto il naufragio della barca di Ulisse: perché è impossibile salire a Dio con le sole forze naturali!! Lo ha esplicitato Catone, apostrofando i due pellegrini appena usciti dal pertugio tondo: Son le leggi d’abisso così rotte? / O è mutato in ciel novo consiglio / che, dannati, venite a le mie grotte?
Appurato questo, il fatto che Virgilio abbia raccontato a Catone la situazione di Dante all’inizio del viaggio descrivendola come una follia (questi non vide mai l’ultima sera / ma per la sua follia le fu sì presso / che molto poco tempo a volger era) accosta l’esperienza di Ulisse a quella iniziale di Dante: e ci fa capire, sempre in modo misterioso, che anche Dante stava cercando di fare qualcosa di impossibile: salire il colle senza aiuto dall’alto. Abbiamo allora capito che i due tipi di allusioni non erano casuali. I déjà vu ci hanno aiutato a riflettere e ci hanno aperto alla comprensione di molti collegamenti.
E ora, che cosa sta succedendo di nuovo in questo scorcio finale del canto I? Che differenza c’è rispetto a quelle storie di follia? Sarà possibile salire il monte, adesso? Sì, e le istruzioni di Catone si rivelano fondamentali; in particolare, la differenza rispetto al canto proemiale, in cui era Dante a tentare di “salire” da solo, è data dalla cerimonia conclusiva: ciò che consente ora a Dante di iniziare a salire è un elemento che gli viene donato: il giunco.
La domanda conclusiva diventa allora: di che si tratta? Che cos’è questo giunco, che ha un evidente valore di simbolo? I ragazzi, invitati a trovare il termine chiave di questi ultimi versi, hanno rapidamente individuato l’aggettivo umile, che viene attribuito alla pianta.
E qui è venuta in soccorso un’altra lettura appena svolta dal docente nella classe I secondaria: la cerimonia di entrata nell’Aldilà da parte di Enea (VI libro dell’Eneide, che in tutte le I secondarie leggiamo per intero, come racconto appassionante). Un’allusione forse difficile per il lettore moderno, ma molto congeniale a Dante, che indica chiaramente Virgilio come la sua guida. Ebbene, per chi conosce l’Eneide e legge gli ultimi due versi del canto primo del Purgatorio, il gioco è fatto: il giunco ricresce immediatamente proprio come il ramoscello d’oro che Enea, su indicazione della Sibilla, trovava per entrare nell’Ade!
Dunque, qual è la conclusione?  Essa è “facile” per chi vede tutto questo tessuto di richiami:  il “ramoscello d’oro” che apre le porte dell’Aldilà per un cristiano è l’umiltà. Ed è ciò che mancava nelle due situazioni precedentemente raccontate: mancava a Dante all’inizio del poema, mancava a Ulisse nel suo folle volo.
Una bella scoperta: nata da un’attenta osservazione del racconto, dopo la fatica – del tutto ripagata – di aver memorizzato un importante brano del poema dantesco.

4 commenti:

  1. Caro Paolo, quello che dici va ulteriormente arricchito. Il riferimento è al popolo eletto che si lascia alle spalle la schiavitù d'Egitto e attraversato il mar Rosso (noto come mare dei Giunchi) si purifica e affronta il deserto: cerca la parola deserto nel I del Purg. Il gioco di Dante è ancora più ricco. Se leggi la lettera a Cangrande (XIII, 7) il cerchio riferito ad Esodo si chiude: come nel I dell'Inf. Dante naufrago che non può salire al colle, adesso, purificato, può. Singleton docet. Provare per credere.

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    1. Grazie Prof 2.0, terrò presente per i prossimi passaggi da quelle parti (con le prossime classi)!!

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  2. E' sorprendente (e incoraggiante) scoprire a quali livelli di attenzione e di partecipazione possano arrivare gli studenti - anche quelli così giovani - quando sono seguiti bene e quando sentono di essere seguiti con cura dai loro docenti.

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