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Nato nel 1960 a Pavia, vivo a Roma. Docente di Lettere nei licei, poi pure di Religione cattolica, quando ho vinto una cattedra nella scuola statale, ho preferito rinunciare per proseguire e arricchire l’esperienza di far crescere un nuovo modello scolastico, sostenuto dalle famiglie degli alunni e incentrato sull’impegno educativo comune famiglia – scuola. Con i colleghi, ho riscoperto l’importanza di leggere in classe e di aiutare gli alunni a prendere contatto diretto con i testi classici, che – come Calvino ha insegnato – “ci leggono”: vedi alle voci Virgilio, Dante, Tolkien,... Da quindici anni, accompagno le prime medie nell’avventura di leggere integralmente l’Eneide; e mi sono appassionato a scovarvi trame narrative robuste e delicate, da riscoprire e rivalutare. Amo il contatto con la natura, le attività agricole e l’apicoltura. Vivendo a Roma da quasi trent’anni, mi sono accorto che l’epigrafia può essere un incentivo per gli alunni ad interessarsi al latino, al greco… semplicemente imparando a guardarsi intorno con curiosità. Così sono nati i laboratori epigrafici che hanno il semplice pregio di aver divertito docenti e discenti.

domenica 18 novembre 2012

PERCHE’ ENEA PIANGE? (Eneide, I, 459-487)


Priamo supplica Achille di rendergli il corpo del figlio Ettore
Coppa del I secolo, dal corredo funebre di Casius Silius, comandante romano della Germania Superior



Constitit et lacrimans 'Quis iam locus,' inquit, 'Achate,
quae regio in terris nostri non plena laboris?            
En Priamus. Sunt hic etiam sua praemia laudi,
sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt.
Solve metus; feret haec aliquam tibi fama salutem.'
Sic ait atque animum pictura pascit inani
multa gemens, largoque umectat flumine vultum.
Namque videbat uti bellantes Pergama circum    anastrofe
hac fugerent Grai, premeret Troiana iuventus;
hac Phryges, instaret curru cristatus Achilles.
Nec procul hinc Rhesi niveis tentoria velis
agnoscit lacrimans, primo quae prodita somno
Tydides multa vastabat caede cruentus,
ardentisque avertit equos in castra prius quam
pabula gustassent Troiae Xanthumque bibissent.
Parte alia fugiens amissis Troilus armis, 
infelix puer atque impar congressus Achilli,
fertur equis curruque haeret resupinus inani,             
lora tenens tamen; huic cervixque comaeque trahuntur
per terram, et versa pulvis inscribitur hasta.
Interea ad templum non aequae Palladis ibant
crinibus Iliades passis peplumque ferebant
suppliciter, tristes et tunsae pectora palmis;
diva solo fixos oculos aversa tenebat.
Ter circum Iliacos raptaverat Hectora muros
exanimumque auro corpus vendebat Achilles.
Tum vero ingentem gemitum dat pectore ab imo,
ut spolia, ut currus, utque ipsum corpus amici    
tendentemque manus Priamum conspexit inermis.

Si fermò e piangendo “Quale luogo mai, disse, Acate,
quale regione sulla terra non piena del nostro affanno?
Ecco Priamo. Pure qui l’onore ha i suoi premi,
ci sono lacrime per le sventure e le storie mortali commuovono.
Non aver paura: la fama ti porterà salvezza”.
Così dice e nutre il cuore con la pittura vana
gemendo molto, ed irriga il volto di abbondante fiume.
Infatti vedeva come, combattendo attorno a Pergamo,
di qua fuggissero i Greci, la gioventù troiana incalzasse;
di qua i Frigi, e col cocchio il  crestato Achille inseguisse.
E non lontano da qui riconosce piangendo le tende di Reso
dai bianchi drappi, che tradite nel primo sonno
il Tidide insanguinato devastava con larga strage,
e devia i cavalli ardenti nell’accampamento, prima che
gustassero i pascoli di Troia e bevessero lo Xanto.
Da un’altra parte Troilo, perdute le armi, fuggendo,
sfortunato ragazzo e scontratosi impari con Achille,
è trascinato dai cavalli e riverso è legato al cocchio vuoto,
ancora tenendo le briglie; a lui il collo e le chiome son tirate
per terra, e la polvere è segnata dall’asta rigirata.
Intanto andavano al tempio di Pallade  non giusta
le Troiane, coi capelli sciolti e portavano il peplo
umilmente, tristi e battendo i petti con le palme;
la dea teneva gli occhi fissi al suolo ostile.
Achille tre volte aveva trascinato Ettore attorno le mura troiane
e vendeva il corpo esanime per oro.
Allora davvero dà un immenso gemito dal fondo del cuore,
come vide le spoglie, ed i cocchi, e lo stesso corpo dell’amico
e Priamo tendente le mani inermi.


Enea piange. Noi lettori del primo libro dell’Eneide, ancora frastornati dalla bufera improvvisa con cui Virgilio ci ha ammaliati fin dall’inizio dell’opera, stavamo conoscendo il nostro eroe come un forte condottiero, provato ma non abbattuto dalla tempesta escogitata dalla nemica Giunone, capace di fare “buon viso a cattivo gioco” per rincuorare i compagni naufraghi, rincuorato pure dalla madre, che gli era apparsa sotto false sembianze ma lo aveva aiutato, istruito e protetto...
Ma ora, nel tempio in costruzione a Cartagine, sorpreso dalle raffigurazioni della fine della sua città, di fronte all’evidenza pittorica della rappresentazione della sconfitta di Troia, Enea piange.
Non è un pianto di disperazione, non è neppure solo un pianto di dolore; si tratta di una manifestazione di pietà, della commozione profonda e irrefenabile di fronte al destino della propria patria, riassunta e simboleggiata in Priamo. Ma non solo.
Enea sorprende il fido scudiero Acate: perché da una parte soffre in modo violento (altrimenti non piangerebbe), dall’altra è commosso dall’onore reso con tanta magnanimità ai vinti troiani. E, tra le lacrime, gli dice che tutto questo è talmente bello da provocargli un pianto che potremmo quasi definire “di gratitudine”: è bellissimo che Priamo resti immortalato dall’arte nel suo terribile dolore, è bellissimo perché testimonia di un cuore capace di rendere onore (sunt etiam sua praemia laudi) a chi lo merita. Sunt lacrimae rerum: ci si sa commuovere per le disgrazie – et mentem mortalia tangunt, e le vicende umane toccano il cuore.
Perciò, veramente a sorpresa, Acate si sente dire, a mo’ di conclusione: solve metus – non aver paura! Come, siamo in terra nemica, non conosciamo ancora questo popolo, siamo stati sbattuti qui da una bufera provocata dagli dèi avversi, abbiamo forse perso più della metà delle navi e dell’equipaggio, il capo sta piangendo... e mi dice di non aver paura? Sì, risponde Enea, perché haec fama – questa stessa fama, feret tibi aliquam salutem – ti salverà, in un modo che ora non sai. Questi premi all’onore, queste lacrime per le sventure, questa commozione ci porteranno salvezza: non abbiamo nulla da temere!
L’ultima parola non è degli dèi cattivi e ostili, l’ultima parola non appartiene neppure alle vicende di questa terra (la fine della nostra città di Troia, e del nostro re Priamo...). Al di là di tutto questo, c’è un qualcosa di superiore e allo stesso tempo di così tangibile e visibile come questa vana pittura (inani pictura) che mi dice di non temere, di avere fiducia.
Ma – scendendo un po’ in profondità – qual è l’oggetto di questa pietas sia di Enea, sia di chi ha a sua volta commosso Enea testimoniandogli la propria pietas in quelle raffigurazioni e provocando in lui la “risonanza” così sorprendente che abbiamo esaminato?
La figura centrale qui è Priamo, il re della città infelice; ma non solo in quanto re sfortunato, cui tocca assistere alla fine del proprio regno e della propria gente. Priamo ha una caratteristica particolare, qui evidenziata in modo chiaro. Priamo è costretto a vedere la morte dei propri figli.
In questo brano ne sono nominati ben due: Ettore, il più forte e famoso, il grande guerriero, e Troilo, infelix puer, ucciso da Achille dopo aver perso le armi (aspetto ancor più patetico). Si noti come la scena dello scempio del corpo di Ettore, ben nota ai lettori di Omero, venga replicata con ulteriori particolari patetici nel caso del trascinamento del ragazzino Troilo intorno alle mura, tra l’indifferenza assoluta degli dèi (Pallade solo fixos oculos aversa tenebat – non guarda le suppliche, tiene gli occhi fissi altrove: gli dèi non vogliono commuoversi!).
E il culmine del pathos – e del corrispettivo pianto singhiozzante di Enea - viene raggiunto dalla scena finale di questo brano: si tratta della restituzione del corpo di Ettore da Achille a Priamo, che si umilia a baciare la mano dell’uccisore del figlio. Il tema era spesso raffigurato nell’arte antica, come si può vedere nella coppa riportata in apertura.
Così si evidenzia che proprio Priamo è il punto focale della pietas di Enea e dei pittori cartaginesi.
Priamo che vede morire sotto i propri occhi il figlio fortissimo e il figlio debolissimo. Ci dovremo pensare... e ripensare.

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