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Nato nel 1960 a Pavia, vivo a Roma. Docente di Lettere nei licei, poi pure di Religione cattolica, quando ho vinto una cattedra nella scuola statale ho preferito rinunciare, per proseguire e arricchire l’esperienza di far crescere un nuovo modello scolastico, sostenuto dalle famiglie degli alunni e incentrato sull’impegno educativo comune famiglia – scuola. Con i colleghi, ho riscoperto l’importanza di leggere in classe e di aiutare gli alunni a prendere contatto diretto con i testi classici, che – come Calvino ha insegnato – “ci leggono”: vedi alle voci Virgilio, Dante, Tolkien,... Da una ventina di anni accompagno le prime medie nell’avventura di leggere integralmente l’Eneide; e mi sono appassionato a scovarvi trame narrative robuste e delicate, da riscoprire e rivalutare. Amo il contatto con la natura, le attività agricole e l’apicoltura. Vivendo a Roma da più di trent’anni, mi sono accorto che l’epigrafia può essere un incentivo per gli alunni ad interessarsi al latino, al greco… semplicemente imparando a guardarsi intorno con curiosità. Così sono nati i laboratori epigrafici che hanno il semplice pregio di aver divertito docenti e discenti.

venerdì 13 aprile 2012

Enea “stupefactus numine”


Un brano famoso dell’Eneide ha attirato la mia attenzione, quando l’ho riletto come tutti gli anni nella I media in cui “usiamo” il poema virgiliano come lettura principale, a mo’ di “grande avventura” da rivivere per un intero corso.
Eneide 7, 116-122
'Heus! etiam mensas consumimus' inquit Iulus,
nec plura, adludens. Ea vox audita laborum
prima tulit finem primamque loquentis ab ore
eripuit pater ac stupefactus numine pressit.
Continuo 'Salve, fatis mihi debita tellus
vosque' ait 'o fidi Troiae salvete Penates:
hic domus, hic patria est... 

 “Oh, divoriamo anche le mense" esclamò Iulo,
scherzando, e null'altro. La frase ascoltata per prima
portò la fine degli affanni, e per prima il padre la colse
dal labbro del figlio e la impresse nel cuore ispirato dal nume.
Subito disse: “Salve, o terra a me dovuta dai fati,
e salute a voi, o fidi Penati di Troia:
qui la casa, questa la patria. […]"
(trad. di Luca Canali, Oscar Mondadori)

In questa traduzione mi pare che qualcosa della densa espressione virgiliana si perda: soprattutto, non è chiara l’interpretazione di pressit di cui si sente l’esigenza di “ampliare” il significato in “impresse nel cuore”. Anche la bellissima espressione stupefactus numine viene stemperata in “ispirato dal nume”.
Partiamo proprio da una considerazione su stupefactus numine. Il numen etimologicamente significa “il cenno del capo”, cioè la manifestazione della volontà di un’autorità, tanto più potente quanto più è in grado di manifestare la propria volontà con un minimo cenno. Di conseguenza, come riporta il Castiglioni Mariotti, numen viene a significare “volontà, autorità, ordine”, oppure “volontà divina, maestà, potenza degli dèi”, o infine anche direttamente “divinità, dio, dea”. A me pare che, in questo contesto, Virgilio metta in evidenza come in un piccolo particolare (la frase appena iniziata e scherzosa di Iulo) si manifesti proprio la grandezza, la maestà del piano divino in cui Enea sa di essere immerso. Propenderei dunque per una traduzione che intenda numen non in senso personale (divinità), come suggerisce la parola italiana “nume”, bensì come “maestà” divina che si rende presente nel dettaglio di un attimo.
Ritorniamo ora a considerare l’espressione pressit: essa ha come oggetto primam (vocem), che ovviamente rimane oggetto anche di eripuit. Non mi convince l’interpretazione, peraltro autorevole, seguita da Canali: anche il Castiglioni Mariotti, alla voce premo, riporta: “vocem premere, trattener la voce, tacere (ma: imprimersi una frase nel cuore, VERG. Aen. 7, 119)”. A me pare evidente che si tratta di un’espressione in endiadi: (primam vocem) eripuit… ac… pressit. I termini sono volutamente violenti: Enea “strappa di bocca” a Iulo la frase e poi la “travolge”, la “zittisce” (e questo, ma in senso transitivo, significa frenare la voce, in questo caso del figlio). Tra l’altro, questa risulta essere la spiegazione (che espliciterei con un connettivo come “infatti”) di come mai Iulo non riesce a dire altro (nec plura): la frase del figlio, che ha risonanze “profetiche” per Enea che la ascolta, rimane “nel suo primo inizio” (prima), non riesce a proseguire perché travolta dall’esultanza paterna.

Propongo, sulla base di queste considerazioni, la seguente traduzione:
“Ehi, ci mangiamo anche le mense!" disse Iulo, scherzando, e non poté dire nulla più: infatti, questa frase ascoltata nel suo primo inizio (audita… prima) portò la fine degli affanni, e nel suo primo inizio il padre la colse dalle labbra del figlio e, stupefatto dalla maestà divina, la travolse (pressit): "Salve, - disse - terra a me dovuta dai fati, salve, voi fedeli Penati di Troia: qui la casa, qui la patria..."

Così, forse si riesce a rendere, nella traduzione italiana, la vera e propria “esplosione” di gioia di Enea, dovuta al fatto che – attraverso circostanze apparentemente banali, in questo caso una battuta di Iulo – si accorge che gli sta parlando la maestà divina: e questo lo rende stupefactus ed entusiasta (lui sempre così misurato).

sabato 7 aprile 2012

VALLE DI LACRIME?


Queste brevi considerazioni nascono da una domanda: è vero che i cristiani considerano questo mondo come una “valle di lacrime”? Questa espressione corrisponde a un autentico atteggiamento cristiano nei confronti del mondo? E può essere considerata una sintesi valida dello sguardo evangelico sulla realtà della vita terrena?

Perlomeno a partire dall’Ottocento, l’immagine dellavalle di lacrime” è stata bersaglio della critica atea, in particolare in area tedesca da parte di Karl Marx e Heinrich Heine; di quest’ultimo è divenuta proverbiale in Germania la citazione, ironica, della suonatrice di arpa, che sogna rassegnata un aldilà compensatorio rispetto alle sofferenze della vita:

Sie sang vom irdischen Jammertal,
Von Freuden, die bald zerronnen,
Vom Jenseits, wo die Seele schwelgt
Verklärt in ew'gen Wonnen.

Cantava della valle di lacrime terrestre,
Delle gioie, che ben presto svanirono,
Dell'aldilà, dove l'anima gode
Trasfigurata nella beatitudine eterna.
(Deutschland. Racconto d'inverno), (1844)

Se ci interessa trovare una risposta a queste facili ironie, potrà venirci in aiuto la scoperta, modesta ma ricca di conseguenze, che l’espressione, presente nella preghiera della “Salve Regina”, dove gli oranti si presentano come “gementi e piangenti in questa valle di lacrime” (gementes et flentes in hac lacrimarum valle), ha un’evidente origine biblica nel salmo 84 (83); per effettuare adeguati confronti, riporto qui per esteso anche tale salmo, nella traduzione CEI – UELCI 2008.

1Quanto sono amabili le tue dimore,
Signore degli eserciti!

2L’anima mia anela
e desidera gli atri del Signore.

3Il mio cuore e la mia carne
esultano nel Dio vivente

4Anche il passero trova una casa
e la rondine il suo nido
dove porre i suoi piccoli,
presso i tuoi altari,
Signore degli eserciti,
mio re e mio Dio.

5Beato chi abita nella tua casa,
senza fine canta le tue lodi.

6Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio
e ha le tue vie nel suo cuore.

7Passando per la valle del pianto
la cambia in una sorgente;
anche la prima pioggia
l’ammanta di benedizioni.

8Cresce lungo il cammino il suo vigore,
finché compare davanti a Dio in Sion.

9Signore, Dio degli eserciti, ascolta la mia preghiera,
porgi l’orecchio, Dio di Giacobbe.

10Guarda, o Dio colui che è il nostro scudo,
guarda il volto del tuo consacrato.

11Sì, è meglio un giorno nei tuoi atri
che mille nella mia casa,
stare sulla soglia della casa del mio Dio
è meglio che abitare nelle tende dei malvagi.

12Perché sole e scudo è il Signore Dio,
il Signore concede grazia e gloria,
non rifiuta il bene
a chi cammina nell’integrità.

13Signore degli eserciti,
beato l’uomo che in te confida.

La nota al salmo, nella citata edizione CEI – UELCI, evidenzia: “Il centro di questo “canto di Sion” (vedi nota a Sal 46) è il tempio di Gerusalemme, dove il Signore di tutto l’universo ha posto la sua dimora e da dove effonde vita e benedizione per il suo popolo. Le parole di questo canto sono messe sulle labbra del pellegrino, che ritma la preghiera con un triplice movimento: il desiderio struggente della casa del Signore, il cammino verso la città santa e il tempio (probabilmente un pellegrinaggio in occasione delle tre principali feste dell’anno) e l’ingresso nel tempio, che diventa anche la meta ideale del cammino interiore dell’uomo verso Dio” (mio corsivo).

L’espressione “valle del pianto” (v.7) traduce l’ebraico עמק הבכא emek habaka (Valle della Baka’):  un’area senz’acqua che doveva essere attraversata nel pellegrinaggio, prima di giungere alla meta. Il termine veniva tradotto nella Vulgata come vallis Lacrimarum[1] e da lì è certamente stato preso dall’autore della Salve Regina.

Concentriamoci sul senso dell’espressione all’interno del contesto originario, quello del salmo; l’autore esprime con questa immagine il fatto che se si “punta” a Dio, se si sta camminando verso Dio, qualunque paesaggio, fosse anche la “valle del pianto” o “valle degli sterpi”, viene trasfigurato e trasformato: siamo in un contesto di ottimismo diremmo “estremo”, giustificato dalla presenza del Tempio in cui abita il Signore, al termine del tragitto del pellegrino. La valle arida diventa una sorgente, le prime piogge la fanno fiorire, chi cammina (in salita!) verso Gerusalemme sente addirittura crescere le proprie forze.

Riconsideriamo ora l’espressione all’interno della preghiera mariana medievale, anch’essa caratterizzata da un andamento in tre rapidi movimenti, che esaminiamo brevemente.

Salve, Regina  [Mater][2] misericordiae
vita, dulcedo et spes nostra, salve.

La parte iniziale è chiaramente un saluto, come saluto è la preghiera principale mariana, anch’essa di origine biblica, l’Ave, Maria; ma la preghiera della Salve considera la Madre di Gesù come Regina della misericordia, dunque nella sua maestà e nel suo potere di intercessione verso la misericordia del Padre. E per questo ne mette subito in luce pure alcuni tratti molto affettuosi e benevoli dal nostro punto di vista: vita, dolcezza, speranza.

Ad te clamamus, exules filii Hevae
ad te suspiramus, gementes et flentes in hac lacrimarum valle.

Nella seconda parte, quella centrale, si “rappresentano” la nostra condizione e il motivo per cui ci rivolgiamo alla Regina della misericordia; un motivo certamente di privazione: esilio (in quanto figli di Eva, che hanno perso il Paradiso terrestre), sospiri, gemiti e pianti nella valle delle lacrime. La caratterizzazione della situazione di sofferenza viene “caricata”: i diversi termini scelti sono tutti molto espressivi e connotati negativamente. Da notare il ritmo molto “biblico”, a strofe abbinate (e in questa seconda parte anche l’incipit ripetuto – ad te – sottolinea il parallelismo concettuale dei due “versi”).

Eia ergo, advocata nostra, illos tuos misericordes oculos ad nos converte
et Iesum, benedictum fructum ventris tui, nobis post hoc exilium ostende.

La richiesta conclusiva alla nostra “avvocata” è di guardarci, di rivolgerci lo sguardo notoriamente misericordioso e di mostrarci Gesù (il Salvatore), facendoci così già uscire da questo esilio… cioè facendoci entrare di nuovo in Paradiso!

Si può considerare che la drammatica descrizione centrale è incorniciata dalla prima parte (solenne e affettuosa allo stesso tempo) e dalla terza, che è un’invocazione piena di speranza nello sguardo misericordioso di Maria e soprattutto nella presenza salvifica di Gesù; la seconda parte dunque tende a far risaltare le altre due, polarizzando al negativo la nostra condizione attuale. Forse l’allusione alla vallis lacrimarum del salmo 84, che costituisce un esempio paradossale di forte antitesi in un contesto del tutto positivo e ottimista, tende a riprodurre lo stesso “clima” del Salmo 84. Si potrebbe ulteriormente ipotizzare che il verso 10 del Salmo venga ripreso dal riferimento a Gesù nella preghiera mariana.

Mi pare che si possa dire che l’origine biblica dell’espressione valle di lacrime aiuti molto a inquadrarne il significato e il valore nella preghiera della Salve Regina; nei secoli, perdendo di vista tale origine ed estrapolandola dal contesto della preghiera mariana, pian piano l’espressione è stata intesa sempre più in tono drammatico e negativo, con tendenze pessimiste: la vita umana sulla terra sarebbe vista e vissuta dai credenti come una “valle di lacrime”.

Possiamo aggiungere anche una breve osservazione linguistica: la traduzione italiana “valle di lacrime” è proprio sulla linea “pessimista”; viene facilmente intesa quasi come un “complemento di materia”, come se la valle fosse tutta e solo costituita “di lacrime”. Se invece si fosse tradotto in hac lacrimarum valle con “in questa valle delle lacrime”, sarebbe risaltata forse in modo più evidente l’allusione al salmo, in quanto si sarebbe inteso che esiste una valle chiamata “delle lacrime”, cui la nostra vita talvolta assomiglia.

Recuperare le origini bibliche, come sempre, aiuta a comprendere l’orizzonte di significato di una preghiera che, nata dalla fede, ne è imbevuta e proprio per questo respira l’ottimismo non ingenuo di chi poggia la sua vita e il suo impegno sulla Presenza, solenne e affettuosa ad un tempo, di Dio (e per i cristiani, della Madre del Dio incarnato e Salvatore).


[1] La versione della Vulgata traduceva così i versi 6 e 7 del Salmo 83 (ora 84), nel Salterio cosiddetto Gallicanum: 6. beatus vir cui est auxilium abs te: / ascensiones in corde suo disposuit , 7. in valle lacrimarum, in loco quem posuit. Nel successivo lavoro di traduzione intitolato Psalterium iuxta Hebraeos, lo stesso san Girolamo traduceva l’espressione come in valle fletus. Il Salterio Gallicano è quello che infine prevalse nella diffusione medievale della Vulgata. Il termine ebraico, toponimo, non è particolarmente chiaro, ma allude chiaramente a una valle “degli sterpi” o “dei rovi”. La somiglianza tra baka’ e bakah, che significa “gocciolare, piangere”, secondo gli esegeti può aver portato a questa interpretazione da parte della Vulgata. Ringrazio il prof. Marco Valerio Fabbri per avermi fornito una consulenza sulla storia del testo.

[2] Silverio Mattei, nella voce Salve Regina dell’Enciclopedia Cattolica, vol. X, coll. 1719-1721, spiega che la parola Mater è stata aggiunta in un secondo momento; evidenzia inoltre che “la S.R. è una prosa ritmica e può considerarsi una sequenza con unica rima in –e” (anche –ae, con lo stesso suono), che individua dunque la chiusura di ogni “versetto”. Ecco dunque una chiave certa per esaminare la struttura dell’antifona. Le invocazioni finali sono tradizionalmente considerate un’aggiunta attribuita a san Bernardo (O clemens, o pia, o dulcis Virgo Maria).

lunedì 6 febbraio 2012

LEGGERE IN CLASSE E SCOPRIRE LA BELLEZZA


…almeno la bellezza di un particolare brano dantesco, senza troppe pretese universali!
I fatti qui narrati sono tutti veri e sono avvenuti in un contesto non particolarmente agevole: voglio dire che non si tratta di una classe modello, di una scuola modello, di un momento di assoluta tranquillità: e forse proprio per questo l’esperienza è stata ancora più interessante e affascinante.
Dicembre 2011: stiamo quasi concludendo la lettura della prima parte, dedicata all’Inferno dantesco, del libro La Commedia. Si tratta di un valido, colto e intelligente adattamento della “trama” della Commedia dantesca per ragazzi di scuola media. Il testo non rinuncia ad ampi brani originali, mai appesantiti da apparati troppo analitici di note e spiegazioni.
Come altri anni, giunti al canto XXVI dell’Inferno, lancio la “sfida della memoria”: si tratta di imparare tutto il brano di Ulisse (da Lo maggior corno de la fiamma antica a infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso), impresa impegnativa ma non impossibile. Il lavoro inizia appena prima di Natale con un certo divertimento, qualcuno si cimenta anche a recitare in vari modi, con effetti comici; durante le vacanze i ragazzi hanno il compito di arrivare fino al termine del brano.
Alla prima verifica a gennaio, grande soddisfazione di tutti (docente compreso): ce l’hanno fatta e meritano valutazioni molto buone. Solo qualcuno deve ancora completare la memorizzazione, cosa che avviene nelle settimane di gennaio. Verifica finale scritta su tutto il racconto dell’Inferno, anch’essa con buoni risultati e soddisfazione.
Inizia la lettura del Purgatorio: mi viene in mente, dati i precedenti, di fare una prova: prima di leggere la sintesi – pur valida – presente nel libro di testo, “vi leggo – con il testo sulla LIM – tutto il primo canto del Purgatorio: e mi dite se vi ricorda qualcosa; state attenti perché Dante ha proprio l’intenzione di creare dei déjà vu: vediamo quali scopriamo”.
Così ci addentriamo nella narrazione del Canto I e scopriamo un paesaggio e un’ambientazione mattutina che richiamano gli elementi del canto proemiale: è mattino, il sole sta sorgendo, c’è un colle da salire, c’è un personaggio solitario (Catone) che ci attende; anch’egli come Virgilio è un saggio romano… e i ragazzi pongono la domanda “perché viene presentato come custode del Purgatorio un pagano, e per giunta uno che ha protestato in modo così clamoroso – con il suicidio – contro Cesare, i cui uccisori sono tra i dannati peggiori?” Accenno qualche pista di soluzione, senza concludere tutto: ma già qui si vede che la classe sta rispondendo ed è ben sveglia! Catone indica a Virgilio una breve cerimonia da compiere per preparare Dante a salire il monte del Purgatorio; nell’indicare il tragitto da compiere, viene completata anche la descrizione del paesaggio: siamo su un’isola, che ha una spiaggia, tutti elementi che in qualche modo erano presenti anche nel canto proemiale. 
Ma il bello – è il caso di usare questo termine – avviene verso la fine: quando giungiamo alle ultime due terzine “esplodono” le segnalazioni, che qui evidenzio colorando le parole che vengono segnalate come “già sentite” nel canto di Ulisse:

Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
132 omo, che di tornar sia poscia esperto.

Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:
oh maraviglia! Ché qual elli scelse
135 l’umile pianta, cotal si rinacque

subitamente là onde l’avelse.

Dopo la rassegna di “allusioni” (spiego ai ragazzi che questi richiami un po’ nascosti si chiamano così) proviamo a tirare le somme e cercare di capire che cosa ci vuole comunicare Dante; perché è chiaro che non siamo di fronte a riferimenti casuali. Abbiamo scoperto infatti che:
1)                 gli elementi del paesaggio ricordano il canto iniziale
2)                 le parole finali alludono al viaggio di Ulisse: e qui sotto riporto i versi che i ragazzi mi ricordano.

…quando venimmo a quella foce stretta…
L’un lito e l’altro vidi…
…compagna / picciola, da la qual non fui diserto…
Tre volte il fé girar con tutte l’acque
…l’ardore / ch’i’ebbi a divenir del mondo esperto…
…e la prora ire in giù, com’altrui piacque;

Le allusioni al canto XXVI dell’Inferno sono molte e molto chiare: devo dire che prima di questa lettura in classe, io stesso ne avevo notate solo alcune (e ho verificato che non tutte vengono segnalate dai commenti esistenti).
Abbiamo dunque quattro versi che sono quasi un “rimpasto” di lessico presente nel brano dell’Inferno, per giunta con quattro rime alternate prese di sana pianta da quel canto. Casomai il lettore fosse un po’ distratto – ma non lo sono stati i ragazzi in classe –, Dante corona il tutto con un’intera frase riutilizzata: com’altrui piacque. Perché questi riferimenti? Che cosa vuole indicarci l’Autore? Innanzitutto, le allusioni così abbondanti ci portano a capire che Ulisse stava quasi riuscendo, con il suo folle volo, a raggiungere la montagna del Purgatorio: è solo qui in realtà che dovremmo sapere come lettori che la “montagna bruna” altro non è che il monte destinato a purificare le anime. E allora riusciamo finalmente a comprendere perché Dio ha voluto il naufragio della barca di Ulisse: perché è impossibile salire a Dio con le sole forze naturali!! Lo ha esplicitato Catone, apostrofando i due pellegrini appena usciti dal pertugio tondo: Son le leggi d’abisso così rotte? / O è mutato in ciel novo consiglio / che, dannati, venite a le mie grotte?
Appurato questo, il fatto che Virgilio abbia raccontato a Catone la situazione di Dante all’inizio del viaggio descrivendola come una follia (questi non vide mai l’ultima sera / ma per la sua follia le fu sì presso / che molto poco tempo a volger era) accosta l’esperienza di Ulisse a quella iniziale di Dante: e ci fa capire, sempre in modo misterioso, che anche Dante stava cercando di fare qualcosa di impossibile: salire il colle senza aiuto dall’alto. Abbiamo allora capito che i due tipi di allusioni non erano casuali. I déjà vu ci hanno aiutato a riflettere e ci hanno aperto alla comprensione di molti collegamenti.
E ora, che cosa sta succedendo di nuovo in questo scorcio finale del canto I? Che differenza c’è rispetto a quelle storie di follia? Sarà possibile salire il monte, adesso? Sì, e le istruzioni di Catone si rivelano fondamentali; in particolare, la differenza rispetto al canto proemiale, in cui era Dante a tentare di “salire” da solo, è data dalla cerimonia conclusiva: ciò che consente ora a Dante di iniziare a salire è un elemento che gli viene donato: il giunco.
La domanda conclusiva diventa allora: di che si tratta? Che cos’è questo giunco, che ha un evidente valore di simbolo? I ragazzi, invitati a trovare il termine chiave di questi ultimi versi, hanno rapidamente individuato l’aggettivo umile, che viene attribuito alla pianta.
E qui è venuta in soccorso un’altra lettura appena svolta dal docente nella classe I secondaria: la cerimonia di entrata nell’Aldilà da parte di Enea (VI libro dell’Eneide, che in tutte le I secondarie leggiamo per intero, come racconto appassionante). Un’allusione forse difficile per il lettore moderno, ma molto congeniale a Dante, che indica chiaramente Virgilio come la sua guida. Ebbene, per chi conosce l’Eneide e legge gli ultimi due versi del canto primo del Purgatorio, il gioco è fatto: il giunco ricresce immediatamente proprio come il ramoscello d’oro che Enea, su indicazione della Sibilla, trovava per entrare nell’Ade!
Dunque, qual è la conclusione?  Essa è “facile” per chi vede tutto questo tessuto di richiami:  il “ramoscello d’oro” che apre le porte dell’Aldilà per un cristiano è l’umiltà. Ed è ciò che mancava nelle due situazioni precedentemente raccontate: mancava a Dante all’inizio del poema, mancava a Ulisse nel suo folle volo.
Una bella scoperta: nata da un’attenta osservazione del racconto, dopo la fatica – del tutto ripagata – di aver memorizzato un importante brano del poema dantesco.

sabato 26 novembre 2011

Pensierino 4) LE PARTI DEL DISCORSO: QUALCHE RISPOSTA



Il Pensierino n. 3 si era concluso con le seguenti domande:
-                            che cosa significa che una stessa parola possa “essere” cinque parti diverse del discorso?
-                            Quali sono i criteri definitori chiari per catalogare le varie parti? (…)
-                            Più a fondo ancora: che cosa sono le suddette parti del discorso? Ovvero, che operazione mentale sto facendo quando catalogo o faccio catalogare dagli alunni le parole in “parti del discorso”?
Non pretendo ovviamente di rispondere in modo esauriente a questa serie di domande, che pare abbastanza innocua ma richiede probabilmente approfondimenti lunghi e “filosofici”. Posso dire che un esame di alcune grammatiche recenti[1] mi ha fatto capire che non è facile – come succede in ogni scienza – proprio dare definizioni chiare di base. Qualcuno vi rinuncia a priori (sembra incredibile, ma le più di 300 pagine dedicate da Renzi al verbo non definiscono mai che cosa esso sia!).
Mi limiterò, in questa sede, a riflettere un po’ su certi dati storici, per poi cercare di arrivare a qualche conclusione almeno provvisoria.
Proviamo a tornare alle origini: a volte questo aiuta a chiarire i processi mentali che hanno portato alle categorie attuali. Nell’antichità, il primo greco, Dionisio Trace (II a.C.) che catalogò le “parti del discorso” di una lingua simile alla nostra, il greco appunto, le vedeva in modo un po’ diverso: elencava 8 parti in quest’ordine: nome, verbo, participio, articolo, pronome, preposizione, avverbio, congiunzione. Le prime cinque variabili, le ultime tre invariabili.
Come si noterà (cfr. lo schema “attuale” riportano nel Pensierino 3), a parte la mancanza dell’interiezione o esclamazione, c’è un clamoroso assente, l’aggettivo, mentre c’è “in più” il participio.
Si evidenzia che una grande bipartizione iniziale è quella NOME – VERBO, con il “PARTICIPIO” che come dice il nome partecipa del nome e del verbo, è un qualcosa di “comune” tra questi due insiemi. Ci si accorge, proseguendo nello studio storico, che all’interno della categoria NOME i latini erano arrivati a distinguere il nomen substantivum, che significa una “sostanza”, un qualcosa di esistente in sé – quello che noi diremmo una “cosa”, una “realtà” – dal nomen adiectivum che si “aggiunge” al primo, precisandone una qualità o una circostanza. Forse, come me fino a poco fa, non tutti sanno che tale catalogazione comune di sostantivo e aggettivo nelle grammatiche è stata mantenuta sino a dopo l’Unità d’Italia: tanto che solo a partire dal Fornaciari (prima edizione 1879-1881) l’aggettivo venne considerato dotato di statuto autonomo!
Non ritengo che dobbiamo considerare del tutto “ciechi” gli antichi. Come la mettiamo? Che cosa vedevano o che cosa noi rischiamo di non vedere più? A mio avviso, si tratta di notare che la funzione del nome è di fatto in parte condivisa da nomi, aggettivi e  pronomi. Il Serianni[2] se ne accorge, eccome, tanto da dedicare una sezione del capitolo quinto al confronto tra le due parti che stiamo considerando: L’aggettivo e il nome. (“La grande affinità di forme e di impieghi esistente tra aggettivo e nome fa sì che le due categorie spesso assumano l’una le funzioni dell’altra.” La sezione comprende ben 13 punti, da V.43 a V.55, con una ricca esemplificazione).
E più semplicemente: i colori e i numeri, non svolgono forse in modo equivalente le funzioni di nomi o di aggettivi? Proprio perché indicano una “qualità” o una “quantità” (Aristotele avrebbe detto un accidente), queste parole vengono usate sia da sole (substantivum), sia in compagnia di altri nomi (adiectivum).
Es: Il verde del prato si stagliava sull’azzurro del cielo. Il prato verde si stagliava sul cielo azzurro.
Due più due fa quattro. Due euro più due euro fa quattro euro.
Quanto ai pronomi: i pronomi personali che cosa sono se non “nomi personali relativi a chi parla”? Mi è recentemente capitato di sentire analizzare un pronome personale come “nome” da un alunno di V elementare: e pensavo che non è del tutto sbagliato!
Potremmo riflettere ancora più a fondo – come fa Serianni in V.7-8 e osservare che la distinzione nome – verbo, che sembra così netta nelle lingue indoeuropee e in particolare in greco e in italiano, NON lo è in tutte le lingue: “Non potremmo fare lo stesso con le lingue sino-tibetane o con molti idiomi amerindiani,…”. Possiamo anche aggiungere che in lingue meno flessive, come l’inglese, molte parole possono essere usate sia come nomi, sia come verbi!!! (the stop – to stop; the light – to light eccetera).
Ma allora tutto è confuso? No, questa sarebbe una conclusione errata, dato che nella pratica non ci è affatto difficile distinguere nomi, aggettivi, pronomi, verbi… neppure in inglese, dove più spesso che in italiano la parola è la stessa, impiegata in funzioni diverse.
Allora, per provare a tirare qualche somma dalle considerazioni svolte qui e nel precedente Pensierino, senza arrischiarci ancora a coniare definizioni:
-                            le “parti del discorso” vanno intese forse come funzioni prevalenti di una certa parola (in astratto, p.es. nel vocabolario), e comunque, come la funzione svolta in quella determinata frase. Questo chiarimento è fondamentale e apre lo studente a considerare la lingua in modo molto più attivo. In questa frase che ho sotto gli occhi devo veramente andare a cercare quale funzione svolgono le parole… ed è una caccia al tesoro appassionante! Posso trovare in funzione di nome parole che hanno funzione prevalente di aggettivi (Il bello è proprio questo), o di avverbi (Oggi è una bella giornata), o di verbi (Correre mi piace tanto);
-                            non ci meravigliamo più che molte parole abbiano varie funzioni (cfr. la parola “vicino”, che – con lo stesso contenuto semantico – può svolgere cinque funzioni diverse); anzi, un segno della “intelligenza” dei parlanti è proprio questo “piegare” la lingua alle esigenze che si presentano di volta in volta, “spostando” le parole da una funzione all’altra;
-                            in particolare, nel verbo noteremo che non solo il participio (come già vedevano gli antichi) è predisposto a svolgere una funzione nominale, ma che anche l’infinito è come il “nome del verbo” (mi si scusi il pasticcio). ‘Correre’ è la parola con cui “nomino” quell’azione;  
-                            possiamo anche notare che tutte le parole sono almeno usate come nome “di se stesse”, proprio quando parlo di grammatica. E allora non dirò più che “tutte le categorie grammaticali possono fungere da soggetto di una proposizione”, con esemplificazioni del tipo:
o       il è un articolo determinativo;
o       domani è un avverbio di tempo.
Mi accorgerò invece che in questi due casi il e domani sono nomi: sono “la parola con cui nomino” rispettivamente l’articolo determinativo e un avverbio. E potrò forse concludere che un soggetto è sempre un sintagma nominale.


[1] Serianni, Grammatica italiana, DeAgostini ed. 2006; Renzi-Salvi-Cardinaletti, Grande grammatica italiana di consultazione, Il Mulino ed. 2001; Dardano-Trifone, La nuova grammatica della lingua italiana, Zanichelli 1997; Fornara, Grammatiche e storia della grammatica. Analisi di testi esemplari – Schemi e tabelle, appunti del corso di Grammatica B, a.a. 2005/2006.
[2] Op.cit.

mercoledì 16 novembre 2011

Pensierino 3) QUALI PARTI DEL DISCORSO?


Sembra abbastanza logico e accettato – almeno sui libri di scuola e nella comune opinione dei parlanti, che nella nostra società sono tutti bene o male anche scriventi – che la lingua si possa dividere in “frasi” o “periodi”, quei testi dopo i quali segniamo un punto fermo, un punto e virgola o comunque un segno di interruzione del discorso.
E’ pure evidente che, all’interno dei periodi, siamo abituati a dividere il testo in parole. Non è sempre facilissimo, ma grosso modo siamo d’accordo nell’individuare in questo elemento primario l’unità minima da noi impiegata nella costruzione di testi. Le parole esistono, le usiamo continuamente, per nostra fortuna gli antenati hanno inventato un metodo di scrittura “alfabetico”, di tipo analitico e a corrispondenza quasi perfettamente biunivoca con la lingua parlata (almeno in italiano). Tutto ciò ci consente di oggettivare la lingua e poterla più facilmente studiare, e ci rassicura sulla validità della “parola” come primo ingrediente di qualunque frase. Questo passaggio meriterebbe ulteriori osservazioni e riflessioni, perché non è affatto scontato poter godere dei vantaggi di un sistema alfabetico. Ma per ora passiamo oltre, per entrare nell’osservazione che apriamo oggi: quella dei “tipi di parole”.
Tradizionalmente, le parole sono state catalogate in un certo numero di “tipi”, chiamati “le parti del discorso” (orationis partes). E probabilmente a tutti noi sembra scontato elencarle come abbiamo appreso fin da piccoli:
Parti variabili
1.      nome
2.      articolo
3.      verbo
4.      aggettivo
5.      pronome
Parti invariabili
6.      avverbio
7.      preposizione
8.      congiunzione
9.      interiezione o esclamazione
Questa parte della grammatica pare semplice e indiscutibile. Di solito viene presentata dicendo che in “analisi grammaticale” si tratta di dire “che tipo di parola è” quella analizzata, e osserviamo subito che il rischio è di immaginare l’insieme della lingua come un meccanismo perfettamente logico e schematico, dunque chiuso e inflessibile. Ogni parola è di un tipo e di un solo tipo, e va esaminata a sé.
Basta però gettare un’occhiata a un dizionario italiano per accorgersi che non poche parole sono catalogate in modo molteplice proprio dal punto di vista delle parti del discorso.
Prendiamo ad esempio la parola “vicino”: di che tipo è? Dipende dal testo in cui la troviamo. Vediamone alcuni possibili:
-                    Giovanni, il mio vicino di casa, è rientrato dalle vacanze. “Il vicino” è chiaramente un nome, come ricavo dalla presenza dell’articolo e dal fatto che indico una persona che ha una certa caratteristica ben definita (il significato è preciso: “colui che abita in una casa vicina alla mia”).
-                    Il bar più vicino si chiama “da Gigi”. “Il più vicino”, al grado superlativo relativo, non può che essere un aggettivo qualificativo
-                    Mi rivolgo ai vicini e ai lontani. “I vicini” è forse da intendere come un pronome? Significa infatti “coloro che sono vicini (resta da chiarire a chi o a quale posizione o atteggiamento)” e non ha il senso del nome trovato nel primo esempio (“colui che mi abita vicino”).
-                    Tu abiti lontano o vicino? Qui si risponde direttamente a una domanda “dove?”: ci troviamo in presenza di un avverbio.
-                    Vicino a casa tua (se sono siciliano dirò: Vicino casa tua…) c’è un parco molto verde. Un alunno diligente direbbe che qui dobbiamo considerare “vicino a” come una locuzione preposizionale o prepositiva; insomma, un gruppetto di parole che equivale a una preposizione, cioè introduce un complemento (o un sintagma, se vogliamo usare un’altra terminologia).
Già da un esempio così semplice ci rendiamo conto che:
-         una stessa parola può essere impiegata come una “parte” diversa di volta in volta;
-         non sempre rispettiamo uno dei principi che sembrano basilari in “analisi grammaticale”: quello di esaminare le parole ad una ad una. Nell’ultimo esempio, ci siamo sentiti costretti a prendere in esame “vicino a”;
-         è molto più difficile catalogare il tipo di parola che usarla (per fortuna!);
-         i diversi impieghi della stessa parola “vicino” sono fondati su un significato che rimane comune, e che ha consentito questo “slittamento spontaneo” da un uso all’altro.
Un secondo esempio su cui possiamo riflettere è quello della parola “senza”. I dizionari la catalogano come congiunzione. E portano adeguati esempi:
-         Mi incontrò senza salutarmi. Introduce una frase, dunque è una congiunzione.
Già. Ma se penso all’antitesi spesso impiegata “con o senza?” (lessicalmente ancor più evidente in inglese: “with or without?”) mi accorgo di una “opposizione perfetta” tra le due parole, che proprio per questo dovrebbero appartenere ad una stessa categoria. Orbene, tutti sanno che “con” appartiene all’elenco delle preposizioni semplici (di-a-da-in-con-su-per-tra/fra). E allora come la mettiamo? Perché “senza” è… “fuori catalogo”?
Ci fermiamo a questi primi esempi, per non appesantire troppo questa prima riflessione. Alcune domande s’impongono: che cosa significa che una stessa parola possa “essere” cinque parti diverse del discorso? Quali sono i criteri definitori chiari per catalogare le varie parti? E siamo sicuri che queste nove parti comprendano tutte le parole e tutti gli usi delle parole? Più a fondo ancora: che cosa sono le suddette parti del discorso? Ovvero, che operazione mentale sto facendo quando catalogo o faccio catalogare dagli alunni le parole in “parti del discorso”?
Se ci sembrasse di cominciare a notare un po’ di nebulosità, proprio nell’analisi grammaticale, che sembra la più “chiara e distinta”, non occorre stracciarsi le vesti: definire bene i criteri di ricerca ci potrà servire per accorgerci che il mondo delle nostre parole è più ricco e variegato di quanto ci siamo finora accorti. Il che lo rende ancor più entusiasmante da esplorare e ci dischiude promettenti orizzonti di avventura…

domenica 13 novembre 2011

Pensierino 2) PREMESSA: A CHE SERVE RIFLETTERE SULLA LINGUA?


Domanda terribile… soprattutto per un docente.
Non che sia difficile trovare qualche risposta da rifilare agli alunni che pongono questa domanda, o si lamentano che “tanto la grammatica non serve a niente”; elenco alcuni dei nostri stereotipi: “è un esercizio formativo” (vero, ma possiamo essere un po’ più precisi?); “ti serve per scrivere meglio” (vero, ma solo parzialmente e indirettamente); “ti rende più padrone della tua lingua” (possibile, ma vago); “ti forma alla logica” (magari!, se fosse davvero logica la nostra proposta, che spesso è caotica – e lo vedremo…).
Il punto che rende terribile la domanda “a che serve?” è il seguente: onestamente, abbiamo capito e siamo convinti personalmente che la nostra riflessione sulla lingua è vera e porta a verità? E a quale tipo di verità? Di conseguenza, sappiamo spiegare in che modo è formativo tale lavoro intellettuale che esercitiamo per anni e anni, in pratica per tutto l’arco della vita scolastica dalla II primaria all’ultimo anno di scuola secondaria?
L’ho detto e non lo ritiro: verità. Scandaloso? Forse, ma necessario. Non si scappa: o le cose che insegniamo sono vere, o sono false. Nel secondo caso, facciamo meglio a tacere e cambiare lavoro. E a questo punto ci rendiamo conto che pure la coltivazione del nostro orticello grammaticale richiede una prospettiva, una visione del mondo valida. Che forse non emerge nei nostri libri.
A mio avviso, il primo lavoro che il docente deve svolgere è quello di chiedersi: ma le categorie della grammatica esistono davvero? Non in blocco, ma prendendole in esame ad una ad una, nel concreto.
Un’esperienza didattica folgorante, vissuta da vicino, mi sembra paradigmatica e ispiratrice, ve la propongo anche se pare una divagazione: qualche anno fa, due colleghi (di Scienze e di Tecnologia) avviarono in una seconda media un laboratorio di Birdwatching, con l’obiettivo che gli alunni imparassero a riconoscere la fauna avicola presente nel giardino della scuola, arrivando a costruire nidi adatti a favorire lo stanziamento delle diverse specie di uccelli presenti. Si sarebbe potuto cominciare dallo studio della sistematica zoologica… ma ecco il colpo di genio: i colleghi portano la classe in giardino (zona orto botanico, gradita agli alunni sia per il precedente lavoro di allestimento dell’orto, sia perché zona di intervallo) e li “impegnano”… in due ore di silenzio assoluto, “per vedere se nel nostro orto vengono volatili: quanti, quali, o forse nessuno? Ne va di mezzo tutto il progetto”. E il miracolo avviene: non solo gli uccellini ci sono, ma gli alunni “impazziscono” (almeno in percentuale significativa) per cercare di capire le diverse specie… e cominciano a studiare libri su libri, a cercare su Internet schemi zoologici, pian piano a coltivare la fotografia, per poter “fissare” e quindi studiare le diverse specie. Risultato finale: un progetto ben sviluppato e concluso, ma soprattutto a fine anno una classe quasi tutta attentissima a osservare la presenza degli animali in città… con esiti sorprendenti anche durante le uscite didattiche per i più svariati motivi, tutte caratterizzate dalla presenza del Birdwatching come “costante”: quel che si dice “hanno sviluppato una competenza (o varie competenze)”. Vedere per credere: http://www.giacomodefranchis.com/
Che c’entra questa esperienza con lo studio della grammatica inteso come riflessione sulla lingua? Forse molto, forse tutto. Perché non facciamo qualcosa di simile? Perché non rigiriamo la frittata di 180°, partendo dall’osservare davvero la realtà (la lingua, che tutti noi parliamo bene o male…) invece di mettere il carro davanti ai buoi? Perché – invece di aprire il libro alla pagina… e leggere la spiegazione di come noi parliamo, non proviamo a osservare come noi parliamo, cercando di catalogare tutto questo mondo, complesso e variegato più della fauna avicola del nostro giardino, e forse almeno altrettanto appassionante? Un lavoraccio? Beh, quale vero studio non lo è? Ma che professionisti siamo se non lo affrontiamo con questa freschezza, con questo entusiasmo e con questa libertà?
Per oggi mi limito alle domande. Prossimamente entreremo nella ricerca vera e propria.

sabato 5 novembre 2011

Pensierino 1) LA MERAVIGLIA DEL LINGUAGGIO

Che io parli, che si possa interloquire con altri, che ci si capisca è una specie di meraviglia che dovrebbe provocare molte domande, molti interrogativi in ogni parlante.
A cominciare da una stupefacente ambivalenza della lingua: essa, da un certo punto di vista, appare come un “meccanismo” rigoroso  e preciso, tanto che chiunque, di fronte a un errore linguistico, si sente istintivamente spinto all’immediata correzione (“non si dice così!”), se non alla derisione di chi “sbaglia” o alla commiserazione dello “straniero”, che – poveretto! – non riesce a parlar bene. Occorre notare che questa serie di atteggiamenti rimane ancora perfettamente in vigore in una società, come la nostra, in cui le “regole” sono tranquillamente e abbondantemente misconosciute, se non del tutto “saltate”.
Da un altro punto di vista, la lingua è giustamente percepita come un qualcosa di totalmente mio, sono sempre io che parlo, e questa mia personalità libera, di cui nell’età della crescita divento sempre più consapevole, la voglio esplicitare via via anche nei miei atti linguistici, come nel mio modo di camminare o di vestire o di colorare lo zaino scolastico o il diario. Dunque, la lingua come massima espressione della creatività personale, confermata pure dall’istituzione scolastica: tanto è vero che proprio a scuola si studia un’infinita serie di “autori”, valorizzati ed elogiati proprio per aver detto qualcosa di nuovo, di originale, di caratteristico…
Che cosa c’è sotto? Come mai ci comportiamo istintivamente in questi due modi? Come affrontare una riflessione su questo fenomeno “clamoroso”? Una risposta esauriente sarebbe lunghissima, in quanto il “fenomeno” lingua implica la partecipazione di innumerevoli elementi, che si possono analizzare quasi all’infinito. Di fronte alla confusione, in parte dovuta alla proliferazione delle scuole di analisi linguistica, e di fronte al crescente disinteresse per lo studio della propria lingua, sembra importante provare a osservare in modo semplice e accessibile alcuni aspetti meravigliosi del parlare, così da non perderli di vista per eccesso di analisi. E – si spera – per ritrovare il gusto di riflettere sulla lingua.

Alcuni dei prossimi “Pensierini”:
Esistono le “parti del discorso”?
Quando è nato l’aggettivo?
Che cos’è propriamente l’analisi logica?
Che cos’è il soggetto?
Che cos’è il predicato nominale e in che cosa si differenzia dai complementi predicativi del soggetto?
Quali complementi esistono davvero?
Che cos’è il complemento di specificazione?
Come raggruppare i complementi in modo sensato?
Le figure retoriche: come mai?
Un ritmo degli slogan: la metrica.