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Nato nel 1960 a Pavia, vivo a Roma. Docente di Lettere nei licei, poi pure di Religione cattolica, quando ho vinto una cattedra nella scuola statale, ho preferito rinunciare per proseguire e arricchire l’esperienza di far crescere un nuovo modello scolastico, sostenuto dalle famiglie degli alunni e incentrato sull’impegno educativo comune famiglia – scuola. Con i colleghi, ho riscoperto l’importanza di leggere in classe e di aiutare gli alunni a prendere contatto diretto con i testi classici, che – come Calvino ha insegnato – “ci leggono”: vedi alle voci Virgilio, Dante, Tolkien,... Da quindici anni, accompagno le prime medie nell’avventura di leggere integralmente l’Eneide; e mi sono appassionato a scovarvi trame narrative robuste e delicate, da riscoprire e rivalutare. Amo il contatto con la natura, le attività agricole e l’apicoltura. Vivendo a Roma da quasi trent’anni, mi sono accorto che l’epigrafia può essere un incentivo per gli alunni ad interessarsi al latino, al greco… semplicemente imparando a guardarsi intorno con curiosità. Così sono nati i laboratori epigrafici che hanno il semplice pregio di aver divertito docenti e discenti.

domenica 13 novembre 2011

Pensierino 2) PREMESSA: A CHE SERVE RIFLETTERE SULLA LINGUA?


Domanda terribile… soprattutto per un docente.
Non che sia difficile trovare qualche risposta da rifilare agli alunni che pongono questa domanda, o si lamentano che “tanto la grammatica non serve a niente”; elenco alcuni dei nostri stereotipi: “è un esercizio formativo” (vero, ma possiamo essere un po’ più precisi?); “ti serve per scrivere meglio” (vero, ma solo parzialmente e indirettamente); “ti rende più padrone della tua lingua” (possibile, ma vago); “ti forma alla logica” (magari!, se fosse davvero logica la nostra proposta, che spesso è caotica – e lo vedremo…).
Il punto che rende terribile la domanda “a che serve?” è il seguente: onestamente, abbiamo capito e siamo convinti personalmente che la nostra riflessione sulla lingua è vera e porta a verità? E a quale tipo di verità? Di conseguenza, sappiamo spiegare in che modo è formativo tale lavoro intellettuale che esercitiamo per anni e anni, in pratica per tutto l’arco della vita scolastica dalla II primaria all’ultimo anno di scuola secondaria?
L’ho detto e non lo ritiro: verità. Scandaloso? Forse, ma necessario. Non si scappa: o le cose che insegniamo sono vere, o sono false. Nel secondo caso, facciamo meglio a tacere e cambiare lavoro. E a questo punto ci rendiamo conto che pure la coltivazione del nostro orticello grammaticale richiede una prospettiva, una visione del mondo valida. Che forse non emerge nei nostri libri.
A mio avviso, il primo lavoro che il docente deve svolgere è quello di chiedersi: ma le categorie della grammatica esistono davvero? Non in blocco, ma prendendole in esame ad una ad una, nel concreto.
Un’esperienza didattica folgorante, vissuta da vicino, mi sembra paradigmatica e ispiratrice, ve la propongo anche se pare una divagazione: qualche anno fa, due colleghi (di Scienze e di Tecnologia) avviarono in una seconda media un laboratorio di Birdwatching, con l’obiettivo che gli alunni imparassero a riconoscere la fauna avicola presente nel giardino della scuola, arrivando a costruire nidi adatti a favorire lo stanziamento delle diverse specie di uccelli presenti. Si sarebbe potuto cominciare dallo studio della sistematica zoologica… ma ecco il colpo di genio: i colleghi portano la classe in giardino (zona orto botanico, gradita agli alunni sia per il precedente lavoro di allestimento dell’orto, sia perché zona di intervallo) e li “impegnano”… in due ore di silenzio assoluto, “per vedere se nel nostro orto vengono volatili: quanti, quali, o forse nessuno? Ne va di mezzo tutto il progetto”. E il miracolo avviene: non solo gli uccellini ci sono, ma gli alunni “impazziscono” (almeno in percentuale significativa) per cercare di capire le diverse specie… e cominciano a studiare libri su libri, a cercare su Internet schemi zoologici, pian piano a coltivare la fotografia, per poter “fissare” e quindi studiare le diverse specie. Risultato finale: un progetto ben sviluppato e concluso, ma soprattutto a fine anno una classe quasi tutta attentissima a osservare la presenza degli animali in città… con esiti sorprendenti anche durante le uscite didattiche per i più svariati motivi, tutte caratterizzate dalla presenza del Birdwatching come “costante”: quel che si dice “hanno sviluppato una competenza (o varie competenze)”. Vedere per credere: http://www.giacomodefranchis.com/
Che c’entra questa esperienza con lo studio della grammatica inteso come riflessione sulla lingua? Forse molto, forse tutto. Perché non facciamo qualcosa di simile? Perché non rigiriamo la frittata di 180°, partendo dall’osservare davvero la realtà (la lingua, che tutti noi parliamo bene o male…) invece di mettere il carro davanti ai buoi? Perché – invece di aprire il libro alla pagina… e leggere la spiegazione di come noi parliamo, non proviamo a osservare come noi parliamo, cercando di catalogare tutto questo mondo, complesso e variegato più della fauna avicola del nostro giardino, e forse almeno altrettanto appassionante? Un lavoraccio? Beh, quale vero studio non lo è? Ma che professionisti siamo se non lo affrontiamo con questa freschezza, con questo entusiasmo e con questa libertà?
Per oggi mi limito alle domande. Prossimamente entreremo nella ricerca vera e propria.

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